Controllare l’indice glicemico dei cibi fa dimagrire?

Controllare l’indice glicemico dei cibi, facendo una dieta a basso indice glicemico, fa dimagrire?
La risposta è: non automaticamente, dunque no. Su Prevention, una bella disamina sull’indice glicemico (o IG), chiarisce punto per punto i motivi per cui una dieta a basso indice glicemico non fa per forza dimagrire.
Vediamo i tratti salienti di questa indagine e scopriamo i motivi per cui quella dell’indice glicemico è una teoria come le altre, nonostante gli studi epidemiologici che hanno accostato una dieta a basso IG a dei miglioramenti di alcuni parametri di salute (ma appunto, si tratta di studi osservazionali).

INDICE GLICEMICO: PERCHE’ CONTROLLARLO NON FA DIMAGRIRE?

1) Perché l’indice glicemico non ci dice nulla della qualità dei cibi che mangiamo: considerate che una pizza quattro formaggi, uno snack alle arachidi tipo Sneakers e un pezzo di Sacher hanno tutti un basso indice glicemico. E che alimenti naturali come anguria e banana hanno un alto o medio alto indice glicemico. Se l’indice glicemico fosse l’unico parametro da considerare, allora potremmo mangiare barrette alle noci tutto il santo giorno e perdere peso, o aggiungere chili di burro d’arachidi al pane di modo da ridurre il suo indice glicemico (e anche il suo carico). Vi pare possibile fare queste scelte e dimagrire?

2) Perché l’indice glicemico non ci dice nulla neanche sul potere ingrassante dei cibi naturali che mangiamo: l’obiezione di alcuni “ma io mangio solo cibi integrali e/o naturali” dunque il primo esempio non mi riguarda, cade in questo secondo punto. E sì, perché anche a guardare solo gli alimenti naturali a basso indice glicemico, scopriamo che il miele, per il suo quantitativo di fruttosio, è a basso IG, così come semi oleoginosi e arachidi. Di nuovo, mangereste miele o noci tutto il tempo? A parte trasformarsi in Winnie The Pooh, queste scelte non si traducono automaticamente in un’alimentazione salutare.

3) Perché l’indice glicemico non ci dice nulla delle porzioni: quanto un cibo possa aumentarci la glicemia postprandiale, e quindi avere un effetto sull’insulina, lo possiamo stabilire (e neanche in maniera precisa) grazie al carico glicemico, e non all’indice; il carico stabilisce il potere glicemico di un cibo basandosi sulla sua grammatura, quindi sulla reale porzione. Se la patata ha un indice glicemico di 80, 100 grammi di patate ci daranno un carico glicemico medio e non alto: questo perché la patata contiene anche molta acqua.

4) Perché l’indice glicemico è un valore un po’ ballerino: fateci caso, l’indice glicemico degli alimenti non corrisponde sempre a un numero, ma più spesso a un range variabile. Non solo: sappiamo, come ho scritto qui, che esistono una serie di trucchi per abbassare sia l’indice che automaticamente il carico glicemico degli alimenti. La variabile dell’IG ci rende difficile essere sicuri al cento per cento che quanto mangiamo alzerà la glicemia nella maniera predetta. Inoltre, un cibo a basso IG non è automaticamente un cibo a basso contenuto di zuccheri. Vedi l’esempio del miele (e di tutti quei frutti che hanno una percentuale di fruttosio molto maggiore di quella di glucosio.

5) Perché a seconda del nostro livello di attività, possiamo preoccuparci meno del carico glicemico, e quindi dell’indice glicemico del pasto. Le persone che fanno sport, possono avere meno preoccupazioni persino sul carico glicemico complessivo del pasto, perché, semplificando, avranno un modo diverso di utilizzare le risorse di carboidrati, ovvero avranno un migliore metabolismo glucidico.
(SEGUE A PAGINA DUE)