Dieta su misura, la sua importanza

Ecco, lui ad esempio non è un dietologo, ma è il mio fidanzato. Visto che muscoli? Invidia, eh?

Ecco, lui ad esempio non è un dietologo, ma è il mio fidanzato. Visto che muscoli? Invidia, eh?

Dodici anni fa D. si è iscritta in due diverse palestre nel giro di un anno. Le palestre erano state scelte a caso, l’intento, era di dimagrire una taglia che  avevo preso e che non sapevo come smaltire. Quando mi iscrissi, in entrambe mi fu chiesto per quale motivo volessi iniziare un programma di allenamento. La risposta, uguale in entrambi i casi fu: vorrei perdere tre chili. Lo dissi con l’espressione goffa e colpevole di Bridget Jones.
E in entrambi i casi, oltre al programma di allenamento mi fu proposta una dieta dimagrante, che io, stoltamente, accettai di seguire. Non mi furono dati dei consigli alimentari, attenzione. Quelli ve li può dare chiunque. Mi fu prescritta una dieta con tanto di fogli, giorni della settimana, calorie, cibi. Non era una dieta su misura.
Il personal trainer numero uno era una donna scheletrica: mi disse di bere e mi prescrisse una dieta da fame. Colazione con uno yogurt magro e un cucchiaio di cereali. Niente pane, niente pasta, niente dolci, nessun condimento. A pranzo un piatto di verdure, a cena cento grammi di pesce o carne con verdure, il pomeriggio un frutto scelto tra i meno zuccherini. In breve, una dieta da fame, con un giorno libero, la domenica. Più la palestra. Facendo un rapido calcolo dell’introito calorico che mi aveva inflitto, non credo che superassi le sei, settecento calorie giornaliere. Mi esaurii in fretta, persi poco peso e quando, dopo una decina di giorni, tornai a mangiare normalmente ripresi anche qualcosa in più, per via dell’allenamento. Lei, la personal trainer, mi sgridò dicendo che non avevo abbastanza motivazione. Quando una volta la sentii dire che la mattina “anche quello yogurt mi sembra troppo, io non riesco a mangiarlo, ma come fate a dire che avete ancora fame?”, capii immediatamente di avere a che fare con una pazza, dal peso di quarantasette chili di muscoli, sì, ma soprattutto pazza.

Il secondo personal trainer era un bestione. Sembra assurdo, ma D vi giura che è la verità: mi aveva dato una dieta di 1700 calorie (più del doppio della prima), perché era lo stesso con cui lui aveva perso trenta chili. Peccato che fosse un colosso di un metro e novanta. Ma con lui aveva funzionato, perciò lo prescriveva a tutti: uomini e donne, alti e bassi, attivi e sedentari. Tutti la stessa dieta.

Non una dieta su misura.  La provai per quattro giorni, davvero era troppo. Carne ogni giorno, il pranzo pasta per primo e fettina arrosto per secondo. Cena proteica. A me la carne a pranzo non andava, dopo la pasta.
Anche qui: meraviglia perché non riuscissi a perdere peso, pesata tutti i giorni con quelle bilance elettroniche che ti calcolano anche l’indice di massa grassa. Ogni giorno un valore di massa grassa diverso. Lui che credeva che io barassi, mangiando dolci fuori pasto. Un’umiliazione.
Morale della favola: sono andata da un dietologo, mi ha prescritto una dieta su misura dopo aver valutato età, peso, indice di massa corporea e mio metabolismo basale, e sono scesa dei tre chili famosi. La favola ha un’altra morale: non dovete credere a chiunque è riuscito a dimagrire, pensando, come il filosofo del secondo caso, che se è andata bene per tutti, funzionerà anche per voi. Esiste una scienza dell’alimentazione, e la gente che si improvvisa e spara diete a caso può solo peggiorare la vostra situazione. Non importa chi sia, se il guru, lo stylist, il coach, il personal trainer.
Per tutti la domanda che dovete fare è una sola: scusi, ma lei è un dietologo?