Indice glicemico: va considerato per dimagrire?

Dobbiamo considerare l’indice glicemico dei cibi un parametro importante per dimagrire e stare in salute? Finora abbiamo sempre pensato di sì: alcuni studi hanno legato l’IG dei cibi, un valore numerico associato ad alimenti a base di carboidrati che indica le variazioni ematiche della glicemia a due ore dal loro consumo, al dimagrimento (per esempio qui), sostenendo che i cibi a basso IG facessero dimagrire, mentre i cibi ad alto IG fossero legati a obesità e maggiore rischio di insorgenza di alcune patologie, tra cui diabete e cancro (qui un altro studio).

La scoperta dell’indice glicemico degli alimenti, che dagli anni Ottanta diventa protagonista di diete celebri come la Montignac o la South Beach, ha avuto maggior presa sul pubblico di recente, soprattutto in Paesi come l’Australia (si veda l’Università di Sidney) e il Canada.

Secondo la teoria dell’indice glicemico, i cibi ad alto IG sarebbero legati al sovrappeso a causa dell’innalzamento “repentino” della glicemia, a cui seguirebbe una risposta insulinica elevata, che si tradurrebbe in un accumulo di grasso corporeo. Questo perché i carboidrati che non vengono stoccati nel fegato e nei muscoli sotto forma di glicogeno verrebbero trasformati in grassi nel tessuto adiposo (Carbohydrate-Insulin Theory of Obesity, altrimenti, Carbohydrate-Insulin Hypothesis).

Sempre secondo questa teoria, nel momento in cui l’insulina si alza repentinamente per ridurre la glicemia troppo alta, quest’ultima si abbassa fino a una soglia di ipoglicemia: con conseguenti sintomi di debolezza e nuova richiesta di zuccheri. Da qui il circolo vizioso dei cibi ad alto IG che “non saziano” o provocano “crisi ipoglicemiche” dopo poco tempo, e fame di zuccheri. Ma tutto questo processo è vero o suscettibile di semplificazioni?
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